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Bad bank e nazionalizzazioni sul tavolo di Angela Merkel

Borsa, con la bad bank sfavorite le banche che non chiedono aiuti

Crisi dell'Auto e "bad bank" i rebus da risolvere

2009-01-31

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Bad bank e nazionalizzazioni sul tavolo di Angela Merkel

dal nostro corrispondente Beda Romano

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31 gennaio 2009

EDITORIALE / Good morning, bad bank (di Luigi Zingales)

 

FRANCOFORTE - Il Governo tedesco sta studiando attivamente nuove misure per sostenere un sistema bancario sempre molto fragile, oberato da svalutazioni miliardarie. Due le linee-guida. Da un lato la possibilità legislativa di nazionalizzare gli istituti di credito in maggiore difficoltà; dall'altro la creazione di bad banks, a plurale.

Secondo due quotidiani tedeschi, la "Frankfurter Allgemeine Zeitung" e la "Süddeutsche Zeitung" in edicola oggi, l'Esecutivo sta lavorando su una modifica legislativa per permettere al Governo di nazionalizzare d'imperio le imprese, con l'esproprio dei soci, quando a rischio è la stabilità finanziaria. Obiettivo: salvare Hypo Real Estate, da mesi in crisi.

La banca bavarese ha già ricevuto aiuti nell'ultimo anno e mezzo: 90 miliardi di euro in misure finanziarie. "Non possiamo continuare a buttare miliardi di euro in un buco nero senza fine", ha detto di recente il ministro delle Finanze socialdemocratico Peer Steinbrück. Il problema è che la banca ha una posizione cruciale nel sistema finanziario tedesco. "Hypo Real Estate è la seconda banca tedesca nel campo dei Pfandbriefe (obbligazioni ipotecarie, ndr), molto utilizzati nei finanziamenti dei progetti immobiliari in Germania faceva notare ieri sera Konrad Becker, analista della banca Merck Finck & Co. a Monaco . Se dovesse fallire, tutto il settore rischia di crollare".

Secondo l'eventuale modifica legislativa un accordo nel Governo di grande coalizione infatti non sarebbe ancora stato raggiunto la possibilità per l'Esecutivo di nazionalizzare un'impresa in crisi sarebbe limitata nel tempo, fino al 31 dicembre 2009. Il titolo di Hypo Real Estate ha perso circa il 90% del suo valore in sei mesi, e ieri ha chiuso in ribasso del 13% a 1,28 euro. L'ipotesi di permettere in certi casi una nazionalizzazione d'imperio rappresenterebbe un salto di qualità evidente per la politica tedesca, che tendenzialmente preferisce non intervenire troppo nettamente nell'economia. Peraltro, il recente acquisto di una partecipazione del 25% in Commerzbank ha provocato non poche reazioni negative in Germania.

La seconda linea-guida è stata illustrata ieri da Volker Kauder, vicino al cancelliere Angela Merkel. Il capogruppo democristiano al Bundestag ha parlato dell'ipotesi di affiancare agli istituti di credito veicoli finanziari in cui parcheggiare "titoli tossici". L'obiettivo è di alleviare i bilanci societari, responsabilizzando le banche senza pesare ulteriormente sulle casse dello Stato. L'eventuale bad bank infatti potrebbe ricevere garanzie statali, ma solo dal fondo da 500 miliardi di euro creato in ottobre. L'idea, un compromesso tale da evitare un eccesso di spesa pubblica, avrebbe già il benestare di massima del ministero delle Finanze e potrebbe essere presentato presto, entro le prossime settimane (si veda "Il Sole-24 Ore" del 23 gennaio).

Ieri Kauder ha respinto l'idea di una sola bad bank nazionale. "La cosa migliore, secondo me, è di responsabilizzare i singoli istituti di credito". L'obiettivo, ha detto il parlamentare della Cdu, è che "anche i proprietari della banca, vale a dire i suoi azionisti, si sobbarchino una parte dei rischi, e non solo i contribuenti".

Proprio ieri JP Morgan ha spiegato che su quattro banche tedesche peserebbero nuove svalutazioni per 34 miliardi di euro: 20 miliardi per Commerzbank, otto per Hypo Real Estate, quattro per Postbank e due per Aareal Bank. La realtà è che il sistema del mark-to-market sta mettendo a dura prova i bilanci bancari con effetti dirompenti sul mercato monetario. Il ragionamento del Governo tedesco è chiaro. Finché i conti degli istituti di credito restano alla mercé di obbligazioni di cattiva qualità e della corsa alle svalutazioni la fiducia non tornerà sul mercato interbancario dove gli scambi sono aumentati nelle ultime settimane, ma dove la sfiducia continua a dominare in un drammatico circolo vizioso.

 

 

 

 

 

 

Borsa, con la bad bank sfavorite le banche che non chiedono aiuti

di Walter Riolfi

31 Gennaio 2009

EDITORIALE

Good morning, bad bank (di Luigi Zingales)

BORSA

Wall Street chiude in calo. Per l'S&P500 un gennaio nero

ANALISI

Crisi auto e "bad bank" i rebus da risolvere

Si ricorda ancora il buco da oltre 12mila miliardi di lire, circa 7 miliardi di , lasciato dal Banco Napoli a metà degli anni 90 e finito in un fondo pubblico. Ora, il dibattito attorno alla creazione di una bad bank negli Usa, e forse anche in Europa, ha reso universale l'esperienza della disastrata banca italiana. Con la differenza che al mondo esistono, adesso, 100 o più Banco Napoli, con perdite che sono mediamente 10 volte più grandi. Quante attività "tossiche" dovranno entrare nel fondo di cui si parla negli Stati Uniti? Mille, forse 2mila miliardi di $, oppure molte di più, visto che Moody's stima per la sole banche tedesche in mille miliardi di le attività a rischio? E cosa dovrebbero fare Gran Bretagna o l'Olanda che si sono già avviate a una sorta di nazionalizzazione del sistema?

Di fatto, anche l'idea di una "cattiva banca", e di quelle dimensioni, altro non sarebbe che una sorta di nazionalizzazione, invocata da quasi tutti gli operatori. Il settore bancario di Wall Street ha reagito con un balzo del 20%, mercoledì, alle voci di una simile ipotesi. Poi ha corretto, perché dietro la buona notizia (il Governo si prenderà cura del sistema bancario), c'è quella cattiva: le perdite, annidiate in tutta quella carta che in passato aveva fatto felici amministratori e investitori, sono ben più grandi di quanto ci si potesse immaginare. Il mondo s'è reso conto che le distruzioni del sistema non si potranno risanare nel trimestre in corso, nè nel prossimo e forse nemmeno in quelli successivi.

Gli analisti, che appena un mese fa immaginavano utili in crescita nel 4 trimestre 2008 per i titoli finanziari dell'S&P, sono stati smentiti dal crollo quasi certo del 530% (consenso Thomson Reuters) rispetto a un anno prima, quando i risultati furono già negativi. E continueranno a peggiorare gli utili: del 24% nel primo trimestre 2009 e del 31% nel secondo. Dovrebbero risalire del 479% nel terzo trimestre, ma le previsioni a nove mesi sono ben poco affidabili, non essendoci visibilità nemmeno a poche settimane.

Oltre alla difficile realizzazione di una bad bank (come valutare attività che, come gli Abs, non hanno perdite quantificabili e di fatto non hanno mercato), c'è la difficoltà di far accettare la soluzione ai contribuenti che dovrebbero farsi carico dei danni creati dall'irresponsabile comportamento di quasi tutti i banchieri. Infine si creerebbe un fattore fortemente distorsivo della concorrenza, al punto che le banche più virtuose, o comunque quelle che hanno tenuto un comportamento meno incosciente, si troverebbero paradossalmente svantaggiate.

Prendiamo le italiane che, forse per "provincialismo" o per quella sorta di conservatorismo che le ha rese più restie al rischio, si sono esposte in piccola parte con i titoli tossici e si sono fatte solo toccare dall'allegra teoria delle virtù della leva finanziaria. Ebbene, istituti che fino a oggi non hanno ricevuto un centesimo dallo Stato si troverebbero a competere con altre banche internazionali, ricapitalizzate e rese liquide (magari con una bad bank) grazie ai soldi pubblici. Per fare un esempio: è corretto che un istituto come Ing, dopo aver ricevuto decine di miliardi dallo Stato olandese, possa continuare a remunerare generosamente i depositi, a un livello non sostenibile da nessuna banca italiana, nemmeno online?

E poi ci sono le distorsioni in Borsa nelle valutazioni dei titoli bancari. Ha senso che Intesa Sanpaolo, che chiuderà il 2008 con un buon utile (4 miliardi secondo il consenso), capitalizzi 0,58 volte i mezzi propri, quando Lloyd vale 1,35 volte, Ing 0,56, Well Fargo 1,14 e Jpm 0,7? E che UniCredit capitalizzi 0,32 volte: meno di Barclays, Deutsche Bank o Ubs? O che il Banco Popolare, pur con i suoi problemi, abbia visto scendere il multiplo allo 0,28, come per Citigroup che sarebbe strafallita se il Governo non avesse elargito centinaia di miliardi?

In settimana l'S&P500 ha perso lo 0,7% (-0,1% il Nasdaq) e lo Stoxx è salito del 4,8% (+3,8% Milano e Francoforte, +4,4% Parigi, +2,4% Londra).

 

 

 

 

 

Crisi dell'Auto e "bad bank" i rebus da risolvere

di Valeria Novellini

30 gennaio 2008

Le performance della settimana

Il tema economico che ha "tenuto banco" questa settimana in Italia sono stati gli annunciati e attesi aiuti al settore dell'auto, senza i quali il ceo di Fiat Sergio Marchionne ha dichiarato che nel nostro Paese andrebbero definitivamente persi circa 60mila posti di lavoro fra costruttori auto e indotto. Anche senza giungere a questo, vi è il più immediato rischio di una "sospensione" (CIG) di 300mila occupati (di cui 60mila di competenza Fiat) nella filiera automotive e servizi di vendita e assistenza, e del resto già nel primo trimestre 2009 è prevista una media di "sospensioni dal lavoro" di 100mila persone, di cui 22mila relativi alla Fiat.

Questi numeri, sebbene impressionanti, sembrano ridimensionarsi un po' se si pensa che, nei primi 4 giorni della settimana appena trascorsa sono stati annunciati a livello mondiale 140mila licenziamenti. La crisi è quindi profonda e i rimedi finora intrapresi dai vari Governi a livello mondiale sembrano aver sortito effetti relativamente scarsi. Per tornare al settore auto in Italia, come era nelle attese la riunione governativa del 28/1 è stata pressoché interlocutoria, ma per lo meno sembrano essere state superate le perplessità di alcune correnti politiche che minacciavano "rivolte di popolo" in caso di aiuti a Fiat.

Il problema è che lo stato delle finanze pubbliche italiane non consente interventi di dimensione analoga a quelli intrapresi negli USA o nella maggior parte dei Paesi europei, anche se alcuni studiosi del settore affermano che la corresponsione di incentivi auto apporta benefici al bilancio statale in quanto il maggior gettito IVA supera l'esborso per gli incentivi stessi. Ciò è avvenuto in alcune occasioni (incentivi del 1997-1998), ma allo stato attuale di grande debolezza della domanda è improbabile che l'incremento delle vendite di autoveicoli sarebbe tale da generare questo effetto.

Intanto è grande il dibattito sulle tipologie di incentivi che potrebbero essere introdotti (soprattutto ecobonus per la sostituzione di vecchie auto con nuovi veicoli più ecologici e ricambio dei veicoli pubblici con nuovi mezzi tecnologicamente più avanzati e con minori emissioni). Mentre sembrano meno probabili il finanziamento al credito a produttori e fornitori e le ipotesi di esenzione dal pagamento del bollo per periodi da 1 a 3 anni. Tuttavia il segretario della CGIL Guglielmo Epifani ha dichiarato che solo per corrispondere incentivi alla rottamazione di 1.000-1.500 euro per ogni nuova auto sarebbero necessari almeno 2 miliardi di euro, mentre le cifre indicative di aiuti delineate dal Governo sembrano essere molto inferiori, al contrario dei programmi di aiuti al settore auto finora predisposti da Francia, Spagna e Germania. Che però non sono ancora effettivamente operativi, dato che si attende un coordinamento di questi aiuti a livello UE.

Tuttavia Lorenzo Sestino, attuale responsabile del brand Fiat, ha affermato che sia in Francia che in Germania il mercato automobilistico è immediatamente ripartito all'annuncio degli incentivi statali, mentre in Italia, dopo la decadenza del bonus da 800 euro scaduto a fine 2008 il mercato risulta completamente "ingessato" nonostante molte Case automobilistiche e concessionarie concedano di propria iniziativa sconti anche superiori al 20% ed incentivi alla rottamazione. Solo le auto di lusso sembrano vivere un momento positivo, ma in questo caso la ragione sembra legata alla possibile introduzione in Italia di un meccanismo di "malus", vale a dire un prelievo fiscale fino a 500 euro che potrebbe colpire le auto di grossa cilindrata (in genere più inquinanti e contraddistinte da maggiori consumi). Pertanto si cercherebbe di anticipare gli acquisti di "luxury cars" per non essere colpiti da questa tassa.

Dall'applicazione delle nuove norme ci si attende comunque complessivamente maggiori vendite per 240mila auto in un anno: ogni giorno di attesa per l'approvazione degli incentivi "vale" circa 700 vetture vendute in meno, e ricordiamo che il Decreto Legge sui provvedimenti di sostegno al settore auto dovrebbe andare all'esame del Consiglio dei Ministri il prossimo 6/2, e dovrebbe riguardare anche altri settori che puntano alla riduzione dei consumi energetici e all'abbattimento delle emissioni (in primis quello degli elettrodomestici).

Cosa fa la Fiat nel frattempo? Alcune grandi banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit e Crédit Agricole tramite la controllata Calyon) hanno dichiarato di essere disposte a organizzare un finanziamento per la casa torinese dell'importo indicativo di 1,5 miliardi per la durata di 30 mesi. E quanto all'alleanza con Chrysler, la rivista specializzata "Automotive News" ha indicato che le due società introdurranno sul mercato USA 7 nuovi veicoli, di cui 4 con il marchio americano e 3 con quelli Fiat o Alfa Romeo, che saranno prodotti negli impianti Chrysler in Nord America e venduti tramite i concessionari Chrysler, Dodge e Jeep. Ma questo ovviamente sta suscitando un po' di agitazione riguardo al mantenimento dell'occupazione e del livello produttivo di Fiat in Italia.

Negli USA le cose non vanno meglio e fra i tagli al personale già annunciati vi sono quelli di GM e Ford rispettivamente per 2.000 e 1.200 dipendenti. Ma Ford, i cui "tagli" avverranno in particolare nella divisione Servizi Finanziari, ha ribadito la sua intenzione di non chiedere l'accesso ai fondi finora stanziati dal Governo in quanto ha affermato di disporre di liquidità sufficiente. Invece ora i pericoli di "bancarotta" si stanno trasferendo ai produttori di componentistica statunitensi i cui rappresentanti hanno dichiarato di avere necessità assoluta di aiuti per almeno 10 miliardi di dollari.

Sul fronte bancario, a livello internazionale ormai non fanno quasi più notizia le situazioni di criticità e il FMI ha dichiarato che la crisi potrebbe "costare" in tutto fino a 2.200 miliardi di dollari al sistema bancario e finanziario mondiale. C'è chi, come l'economista Nouriel Roubini, afferma tout court che "le banche USA sono insolventi e andrebbero perciò nazionalizzate e ripulite dagli asset in default da assegnare a una "bad bank" ricollocando poi sul mercato gli asset sani". Senza giungere a questi estremi, l'idea della "bad bank" sta attraversando la mente di molti politici a livello internazionale e negli USA potrebbe essere gestita dalla FDIC, l'istituzione che assicura i depositi bancari.

Se ne è parlato anche in Europa dove però vi sono maggiori perplessità, anche per non addossare ai contribuenti il costo di queste misure. Tranne che in Germania: secondo il Financial Times Deutschland l'associazione bancaria tedesca ha creato un gruppo di lavoro che sta preparando la proposta per la creazione di una "bad bank" che dovrebbe però essere sottoposta al vaglio della Bundesbank e della BaFin, l'authority che supervisiona i mercati finanziari tedeschi.

Vero è che tuttora negli USA le 13 maggiori banche che hanno ricevuto aiuti statali hanno finora erogato l'1,4% di prestiti in meno rispetto al 2007 e anche in Europa i depositi bancari presso la BCE rimangono elevati (attualmente oltre 200 miliardi di euro), "congelando" la liquidità disponibile. Per i bond governativi italiani di sostegno alle banche manca ancora l'ok definitivo della Banca d'Italia, ma si fa sempre più strada la sensazione di una loro elevata onerosità e in più le banche non sembrano molto disposte ad accettare le previste limitazioni nella remunerazione del management.

Fra gli istituti che comunque potrebbero essere interessati a questi strumenti vi è il MPS (per cui l'Antitrust ha recentemente prorogato da maggio a settembre 2009 il termine massimo per cedere un pacchetto di circa 150 sportelli, date le difficoltà del mercato). Mentre Unicredit, dopo il termine dell'aumento di capitale (le cui adesioni, come era atteso, sono state minime solo lo 0,48% del totale offerto a causa del prezzo di offerta molto elevato), ha dichiarato che considera l'ipotesi di richiedere aiuti statali, in particolare in Austria, per tutelarsi da rischi legati ai Paesi vicini dell'Europa dell'Est. Intanto, indicativamente nella settimana dal 9/2, potrebbe partire l'offerta dei "cashes", gli strumenti obbligazionari convertibili legati all'aumento di capitale Unicredit, che alcuni dei principali azionisti (in particolare le Fondazioni) si sono impegnati a sottoscrivere.

Che, comunque, il mercato azionario si trovi ancor lungi da una situazione regolare è dimostrato dal fatto che la Consob ha prorogato al 28/2 il divieto di vendite allo scoperto su titoli di banche, assicurazioni e società oggetto di aumento di capitale. La settimana dal 2 al 6 febbraio avrà quali dati macro di maggior rilievo quelli sul mercato del lavoro USA (6/2), mentre il 5 vi sarà una riunione della BCE nella quale però non si attendono variazioni dei tassi. (Analisi Mercati Finanziari)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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2009-01-28

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