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dai GIORNALI di OGGI

PETROLIO

Sotto 34 $

2008-12-19

Ingegneria Impianti Industriali

Elettrici Antinvendio

ST

DG

Studio Tecnico

Dalessandro Giacomo

SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

                                         

 

 

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CORRIERE della SERA

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2008-12-19

Prezzo del petrolio sotto i 34 dollari

Borse europee tutte in calo

I futures sul greggio a New York toccano i 33,4 dollari al barile. Male le piazze finanziarie del Vecchio Continente

MILANO - L'economia mondiale è in crisi. E uno dei segnali più affidabili arriva dal prezzo del petrolio, che rompe anche la soglia dei 34 dollari al barile. A New York i futures con scadenza a gennaio scendono fino a 33,4 dollari, per poi risalire leggermente fino a 33,61 dollari al barile. Le quotazioni in ribasso del greggio si inseriscono all'interno di una giornata che vede al ribasso le Borse mondiali, in particolare quelle del Vecchio Continente che cominciano con tutti gli indici che aprono con il segno meno. Apertura in deciso ribasso anche per Piazza Affari. L'indice Mibtel ha avviato le contrattazioni in calo dell'1,69% a 14.970 punti mentre lo S&P/Mib cede il 2,07% a 19.153 punti.

Operatori di Borsa (Image)

Operatori di Borsa (Image)

Male anche Parigi, che cede in apertura l'1,18%, Francoforte e Londra che lasciano sul terreno rispettivamente l'1,10% e l'1%.

A metà giornata Milano amplia le perdite, con il Mibtel che registra -2,3% . Vendite consistenti anche sulle altre Borse europee, con il Francoforte che segna -2%, Parigi -1,7% e Londra -1,7%. A Milano soffrono soprattutto gli energetici con Eni (-4,4%), Tenaris (-3,4%) e Saipem (-3,4%). Pesanti vendite pure su Espresso (-4,1%), Prysmian (-4,2%), Luxottica (-4%) e Fiat (-3,8%).

GIAPPONE - Dopo due sedute consecutive in rialzo, il segno meno è tornato a fare la sua comparsa alla Borsa di Tokyo dove l'indice Nikkei chiude in ribasso dello 0,90% a quota 8.588,52 punti. La giornata odierna è stata anche segnata dalla mossa della Banca centrale giapponese di abbassare i tassi di riferimento dallo 0,3% allo 0,1% e di offrire aiuto finanziario alle società attraverso l'acquisto di carta commerciale. L'effetto dell'intervento sul Nikkei è stato però temporaneo: dopo una virata al rialzo l'indice è tornato a scendere. Giù Toyota (-2%) dopo le indiscrezioni di stampa che danno in arrivo per il costruttore di auto il primo risultato operativo annuale negativo della sua storia.

PANASONIC COMPRA SANYO - Intanto il colosso dell'elettronica giapponese Panasonic ha annunciato che acquisterà per 9 miliardi di dollari la rivale Sanyo, creando un nuovo peso massimo dell'elettronica nipponica. Panasonic comprerà le azioni di Goldman Sachs e delle giapponesi Daiwa Securities e Sumitomo Mitsui, contribuendo così a dare un'iniezione di liquidità al settore finanziario. Sanyo, che ha iniziato la sua attività dopo la Seconda guerra mondiale fabbricando luci per biciclette è diventata un colosso, ma recentemente ha dovuto licenziare migliaia di addetti per tentare di tornare in utile. Panasonic ha raggiunto un accordo al prezzo di 131 yen ad azione e controllerà il 70,5% di Sanyo. La fusione dei due gruppi dovrà servire per sviluppare il business dell'energia solare. Sanyo che, come Panasonic, ha la sua base ad Osaka, continuerà ad essere quotata in borsa.

19 dicembre 2008

 

 

REPUBBLICA

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2008-12-19

 

 

 

 

 

 

L'UNITA'

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il SOLE 24 ORE

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2008-12-31

Petrolio in calo a 38 dollari, giù del 60% nel 2008

31 dicembre 2008

ANALISI

Petrolio, poche certezze e molti luoghi comuni

di Leonardo Maugeri

Il petrolio apre le contrattazione a New York in calo del 2,6% a 38 dollari al barile. Le quotazioni del greggio hanno bruciato quest'anno il 60% circa del loro valore, contro il forte rialzo segnato nel 2007, pari al 57 per cento. Nel corso delle contrattazioni di questo mese, inoltre, i prezzi sono scesi al minimo da quasi cinque anni, calando fino a 33,87 dollari. Sempre quest'anno l'oro nero è volato al record assoluto lo scorso 11 luglio, a 147,27 dollari. La fase ribassista è iniziata nel secondo semestre del 2008, con il forte deterioramento dei fondamentali dell'economia globale che ha portato i trader a scommettere sul calo della domanda di energia.

 

 

 

 

Petrolio, poche certezze e molti luoghi comuni

di Leonardo Maugeri

31 DICEMBRE 2008

Come i lettori del Sole 24 Ore sanno, per molto tempo ho cercato di ammonire sul carattere ciclico del mercato del petrolio, sul fatto che ogni crisi per quanto acuta tende sempre a finire con un crollo dei prezzi. Così come ho cercato di spiegare come tanti dei luoghi comuni che dominano l'informazione sull'oro nero siano privi di fondamento, e come debbano considerarsi con sospetto le interpretazioni e le previsioni a senso unico. Che, tuttavia, finiscono sempre per plasmare l'opinione collettiva.

Il 2008 ci ha offerto una pletora di cattive analisi e previsioni così lontane dalla realtà da apparire imbarazzanti se rilette oggi. Eppure, gli stessi analisti e sedicenti esperti continuano imperterriti a offrire la loro visione delle cose, complice la scarsa memoria dei loro vaticini di ieri. Per queste ragioni, invece di scrivere su che cosa succederà, ho preferito riassumere in questo articolo di fine anno una serie di antidoti da tenere presenti nel corso del 2009 nel leggere o nell'ascoltare le tante previsioni che fioriranno.

1

Mai fidarsi delle previsioni (e dell'Aie)

Il primo antidoto riguarda il sospetto con cui è necessario accogliere le previsioni su domanda, offerta e prezzi del petrolio - a partire da quelle dell'Agenzia internazionale dell'energia (Aie).

Prevedere l'andamento del greggio e dei suoi prezzi non è difficile, ma virtualmente impossibile, a causa di una cronica incompletezza di dati. Questo è un problema che affligge la comprensione del mercato petrolifero sin dalle origini, ed è ben distante dall'essere risolto. Si tenga presente, per esempio, che la Cina e molti altri Paesi in via di sviluppo non hanno mai adottato un completo sistema di raccolta statistica dei dati relativi ai loro consumi, alle loro scorte di petrolio e ad altre grandezze collegate. Ma anche i dati reali riguardanti la domanda dei Paesi industrializzati si conoscono spesso con molto ritardo, mentre perfino l'Opec è costretta a ricorrere a fonti secondarie per conoscere la produzione effettiva dei suoi Stati membri. Di conseguenza, conosceremo con certezza i livelli effettivi dei consumi e delle scorte mondiali solo tra un anno o due: i numeri che leggiamo oggi sono solo stime, che potrebbero cambiare nel futuro. Questo spiega - in parte - perché la storia del mercato petrolifero (fino a ieri) sia costellata di previsioni così sballate da far apparire più seria anche la cartomanzia.

Meno comprensibile, tuttavia, è sia la costanza dell'errore, sia la scientifica diffusione a mezzo stampa dell'errore stesso da parte di chi ha come missione e obiettivo quello di presidiare e elaborare i dati sul mondo dell'energia per conto dei Paesi industrializzati. Sto parlando dell'Agenzia internazionale dell'energia (Aie), che ha svolto un ruolo ancora una volta discutibile nel rispondere all'oggetto della sua missione, sbagliando troppo, troppo a lungo, e dando alla sue errate previsioni un risalto mediatico mai visto nel passato, attraverso road-show mondiali e presentazioni ai quattro angoli del globo.

A partire dal 2004, l'Agenzia ha costantemente sbagliato le sue previsioni, sempre sovrastimando la crescita della domanda e sottostimando quella dell'offerta. Ma il culmine lo ha raggiunto proprio nel 2008. A gennaio di quest'anno, essa aveva previsto che nel 2008 la domanda di petrolio sarebbe cresciuta di 2,1 milioni di barili al giorno (mbg) cioè più di quanto produca in un giorno un Paese come il Kuwait. Questa previsione aveva contribuito ad alimentare la percezione che i consumi di petrolio crescessero a livelli difficilmente eguagliabili dall'offerta, e pertanto aveva rappresentato un fattore oggettivo di sostegno alla continua crescita dei prezzi. A partire da febbraio, quasi in silenzio l'Agenzia aveva costantemente rivisto al ribasso - mese dopo mese - quella previsione abnorme. Ma solo tre settimane fa ha ammesso per la prima volta che la domanda nel 2008 è prevista in diminuzione di circa 200mila barili al giorno (bg). L'ennesima stima che con ogni probabilità si rivelerà sbagliata per difetto. Come quella lanciata dalla stessa Agenzia appena due giorni fa, che ha ipotizzato un prezzo del petrolio a 100 dollari tra il 2010 e il 2015.

Il problema di tanti errori è enorme, poiché l'Agenzia è la fonte più seguita al mondo per tutte le analisi di domanda e offerta di petrolio, quella su cui si fondano i database della gran parte di banche, società petrolifere e perfino Paesi produttori. Pertanto, le sue previsioni hanno un'influenza capillare e pervasiva sulla formazione delle aspettative e sulla psicologia dei mercati e degli analisti.

Sarebbe quindi opportuno che i Governi che ne finanziano l'esistenza cioè quelli dei Paesi industrializzati le chiedessero maggiore pacatezza di giudizio e più sobrietà nello stile di comunicazione quando diffonde dati che poi si rivelano così lontani dalla realtà. E, in ogni caso, dopo tanti errori sarebbe lecito dubitare nel futuro di ogni sua previsione.

2

Il petrolio finisce... per la quarta volta?

Un'altra convinzione nefasta ha trovato nuovamente spazio in questi anni, e non si è ancora allontanata. Si tratta dell'idea che la produzione di petrolio sia destinata a scendere dopo aver già toccato il massimo, poiché le riserve di petrolio cominciano a esaurirsi.

Purtroppo il pubblico ma soprattutto coloro che formano le opinioni e quanti prendono le decisioni per la collettività - hanno dimenticato che il mondo dovrebbe essere prossimo a restare senza petrolio per la quarta volta almeno! Il primo allarme sulla fine delle grandi riserve di greggio statunitensi (allora le più grandi conosciute al mondo) arrivò durante la Prima guerra mondiale; il successivo allarme arrivò nel corso della Seconda guerra mondiale. Il terzo allarme, infine, giunse negli anni 70, con la certezza quasi matematica di un declino della produzione petrolifera dopo il 1985-86. Vale solo la pena di ricordare che ogni allarme si risolse in una nuova ondata di sovrapproduzione e collasso dei prezzi.

Da allora in poi, per quanto a lungo oscurati, gli stessi esperti che ancora oggi propagandano la teoria del picco e del successivo declino della produzione mondiale di petrolio (il cosiddetto peak oil) hanno individuato date puntuali che si sono rivelate del tutto infondate. Per loro, il peak oil sarebbe dovuto arrivare nel 1989, poi nel 1992, poi nel 1994 e così via. Adesso dicono che arriverà entro il 2010 o poco dopo. E il problema è che il mondo li ascolta come fossero profeti.

In realtà il mondo è ancora pieno di petrolio per tutto questo secolo e oltre. È vero, il petrolio è una risorsa "finita": ma nessuno sa quanto "finita" sia. La maggior parte del nostro pianeta è ancora inesplorata. Inoltre, anche la dimensione e la potenzialità di quello che già conosciamo evolve nel tempo, grazie alla tecnologia e al miglioramento degli strumenti di conoscenza geologica. Questo significa che il concetto di riserve è dinamico, e non può esser fissato una volta per sempre come pretendono i profeti di sventura. La disponibilità di quelle riserve dipende essenzialmente dal costo di estrazione e dalle tecnologie disponibili, che a loro volta dipendono dall'andamento della domanda. Se questa dovesse crescere a ritmi insostenibili e i prezzi dovessero mantenersi molto elevati, ci sarà convenienza a spendere di più e a investire in nuove tecnologie per l'esplorazione e la produzione, e pertanto ci sarà più petrolio. Altrimenti no. Purtroppo, gran parte delle previsioni sul mercato del petrolio - sia nel passato che nel presente - si basano su un assioma unidirezionale: solo la domanda di petrolio si muove verso l'alto, mentre tutte le altre variabili - dall'evoluzione tecnologica all'offerta - rimangono ferme o decrescono. Risultato: i prezzi andranno alle stelle mentre la disponibilità di petrolio si ridurrà. Per queste ragioni, è arduo trovare previsioni di 20 o 30 anni fa che descrivessero in modo accettabile la realtà di oggi. E per questo è saggio dubitare di chiunque proponga ancora oggi visioni sul futuro al 2020 o al 2030 basate sugli stessi errori di fondo. Il problema è che quel tipo di previsioni le fanno quasi tutti.

3

L'Opec è decisivo?

Un ulteriore antidoto riguarda il dubbio che dovrebbe nutrire ogni lettore attento circa la capacità dell'Opec di influenzare i prezzi del petrolio. La storia ha dimostrato che questa capacità non esiste, o è ridotta ai minimi termini.

In teoria, l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio potrebbe condizionare l'andamento dei prezzi tagliando o aumentando le produzioni dei tredici Stati che la compongono. Ma in realtà, questa capacità è drasticamente limitata dalla conflittualità esistente tra quei tredici Stati e dalla conseguente indisciplina interna che governa l'Organizzazione. Per la maggior parte dell'esistenza dell'Opec, proprio l'indisciplina dei suoi membri nel rispettare le quote imposte dall'Organizzazione (vendendo greggio "sotto banco" in eccesso di quelle quote) ha favorito ondate di sovrapproduzione e collassi dei prezzi: accadde a metà degli anni 80, ed è accaduto di nuovo nella seconda metà degli anni 90. Né si dimentichi che l'accusa principale di Saddam al Kuwait al tempo dell'invasione del Paese nel 1990 fu quella di produrre petrolio in eccesso rispetto a quanto stabilito dall'Opec ("sottraendolo" a giacimenti iracheni).

Non stupisce, quindi, che i tagli produttivi annunciati dal l'Opec a ottobre e poi a dicembre del 2008 non solo non abbiano sostenuto e rilanciato i prezzi del petrolio, ma addirittura siano stati seguiti da ulteriori cadute dei prezzi stessi.

Per queste ragioni, è lecito dubitare di quanti parlano del l'Opec come di un cartello: forse per brevi periodi potrà riuscire a esserlo nel futuro, ma è improbabile che riesca a rimanerlo a lungo. In ogni caso, il 2009 sarà un importante banco di prova della sua tenuta.

4

C'è un limite alla caduta dei prezzi?

Molti esperti hanno continuato a sostenere mentre il prezzo del greggio continuava a scendere - che esisteva un limite naturale al ribasso, dato dal barile più costoso da produrre oggi per soddisfare la domanda mondiale (chiamato anche "barile marginale"). Come esempio di questo barile più costoso, molti di essi hanno continuato a citare il barile di greggio sintetico ricavato dalle sabbie bituminose del Canada, il cui prezzo di equilibrio - per i progetti più costosi - è stimato da più fonti intorno agli 80 dollari a barile. Ma questa linea di ragionamento è ingannevole sotto diversi punti di vista.

In primo luogo, il prezzo del petrolio non può essere dissociato dai costi necessari per estrarlo. Tra il 2003 e il 2008, i costi di esplorazione e produzione sono più che raddoppiati, sotto la spinta dell'aumento dei costi dell'acciaio, dei servizi di ingegneria e costruzione, del personale specializzato. Di conseguenza, gli 80 dollari a barile rappresentano una fotografia accettabile del recente passato: ma se cade la domanda di petrolio, cadranno anche i costi necessari per produrlo per effetto del declino della domanda (e quindi del prezzo) di acciaio, servizi di ingegneria, personale specializzato. Ci vorrà qualche tempo, ma anch'essi crolleranno. Così, nei prossimi mesi e anni potrà costare meno produrre un barile di greggio, per cui tutto il sistema produttivo si potrà assestare su costi marginali più bassi.

Certo, è vero che il petrolio facile e a basso costo è alle nostre spalle, e che sfruttare nuovi giacimenti in aree ambientalmente difficili o a profondità mai raggiunte costerà molto più che nel passato. Allo stesso modo, è vero che nei prossimi anni i più grandi giacimenti della Terra avranno bisogno di nuove e costose tecnologie per aumentare o sostenere i loro livelli produttivi. Ma è pur vero che già nel 2009 e poi nel 2010 nuove produzioni arriveranno sul mercato, frutto d'investimenti degli anni passati che ormai sono giunti a compimento. E contribuiranno ad aggravare l'eccesso di offerta che grava sul mercato.

Per queste ragioni, è ragionevole ritenere che il prezzo d'equilibrio del petrolio nel lungo termine si collochi su livelli molto più alti di quelli registrati negli ultimi vent'anni dello scorso secolo (18-20 dollari a barile), cioè di pochi anni fa. Ma è difficile dire di quanto potrà essere più alto, senza prima capire quale sarà la struttura normale dei costi e tutte le altre condizioni di contorno, a partire dai consumi effettivi di greggio.

E in ogni caso, così come non esiste un tetto razionalmente prevedibile ai prezzi del petrolio quando questi crescono, così non esiste un limite al ribasso quando questi crollano: potremo già aver toccato il minimo oppure no. Solo nel lungo periodo l'equilibrio si ristabilisce. Ma nel breve, l'irrazionalità domina, rendendo più plausibile di tante spiegazioni l'osservazione che in un vecchio fumetto di Disney - Pippo rivolge a Topolino. Giunto alla fine della discesa di una collina, Pippo si volta indietro e rivolgendosi all'amico osserva: "Sai, è strano come una discesa, vista dal basso, assomigli a una salita".

5

La domanda di petrolio tornerà a crescere con forza?

L'ultimo antidoto riguarda le analisi oggi prodotte sull'andamento della domanda futura di petrolio. Oggi la maggior parte degli analisti tende a dire che essa ripartirà con vigore una volta che la crisi economica sarà passata. In parte è vero, ma attenzione a estrapolare il futuro come derivata statistica dei tassi di crescita del passato.

L'esperienza storica ha insegnato che dopo fasi di grande crisi energetica, le società avanzate reagiscono modificando strutturalmente il loro modello di consumo, soprattutto attraverso misure di efficienza energetica.

I consumi pro-capite di petrolio e l'incidenza del petrolio sul Pil sono già oggi molto più bassi nei Paesi industrializzati di quanto non lo fossero negli anni 70. Europa, Giappone e Australia hanno già toccato il picco dei consumi petroliferi negli anni 90, e da allora hanno registrato un lento e irregolare declino di domanda. Solo negli Stati Uniti la crescita dei consumi è proseguita inarrestabile dal 1984 fino al 2008, rendendo il Paese il meno efficiente al mondo - tra quelli avanzati - nei consumi di energia. Ma anche per gli Stati Uniti è finita un'epoca.

Nel prossimo decennio, il Paese potrà andare incontro a un declino più o meno pronunciato nei consumi di petrolio ed energia a seconda delle politiche più o meno spinte che la nuova amministrazione Obama deciderà di intraprendere.

Tutto lascia pensare che in un decennio sia possibile che gli Usa riducano la propria domanda di petrolio di almeno il 20% rispetto ai livelli record del 2007, una percentuale che equivale a 4 mbg pari all'intera produzione dell'Iran di oggi. Allo stesso modo, la politica energetica europea da poco varata (conosciuta come 20-20-20 al 2020) dovrebbe infliggere un ulteriore colpo ai consumi di greggio, che continueranno a crescere soltanto nei Paesi emergenti - a partire da Cina e India.

Ciò che dovremo capire è quanti programmi di efficienza energetica possano adottare anche questi e altri Paesi, considerando che hanno spazi enormi per consumare più energia semplicemente consumandola meglio. Inoltre, nei prossimi anni difficilmente vedremo il ritorno di due condizioni che avevano contribuito a gonfiare artificialmente i consumi mondiali di oro nero nel periodo appena trascorso: il credito facile (nelle economie avanzate) e il massiccio ricorso a sussidi e prezzi bassi sui prodotti petroliferi imposti dai Governi dei Paesi emergenti.

In sostanza, non mi stupirei se, tra qualche anno, la domanda mondiale di petrolio tornasse sì a crescere, ma a tassi più contenuti di quelli che oggi ci aspettiamo.

Con questi pochi antidoti spero di non aver confuso il lettore, minando le sue certezze. Se così fosse, comunque, un risultato positivo l'avrei ottenuto: quello di evitargli stupori improvvisi di fronte a fatti apparentemente incomprensibili che il mondo del petrolio è destinato a riservargli ancora nel futuro. Perché se c'è una certezza, è quella che volatilità e cicli imprevedibili di ascesa e declino continueranno ad accompagnare la vita dell'oro nero.

 

 

 

 

 

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